Non mi sento bene, ma il medico dice che sono sano!

Quante volte ci è capitato di andare dal medico, spiegare i vari sintomi che ci affliggono, anche con dovizia di articolari e sentirci rispondere, fogli alla mano, “ma lei sta bene, le sue analisi sono perfette”.

Ma noi non ci sentiamo bene, sentiamo … qualcosa.

Ma allora, il punto qual è? Chi ha ragione? Noi o il medico?

In effetti tutt’e due.

Quando una persona dice di stare male significa che avverte uno stato di malessere e va dal medico per capire da cosa dipende.

Il medico, dal canto suo, usa gli strumenti che ha per valutare lo stato clinico e dare un nome alla possibile patologia indicata dal paziente.

Ma a volte le due visioni non coincidono per un semplice motivo: i due punti di vista sono diversi.

Ma procediamo con ordine mettendo dei punti fermi.

Salute: secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità non si parla più di salute come assenza di malattia, ma come “Stato di completo benessere fisico, psichico e sociale”.

Malattia: Alterazione dello stato fisiologico, capace di ridurre, modificare negativamente o persino eliminare le funzionalità normali del corpo (Wikipedia)

Stabilito questo iniziamo con il dire che non si può parlare di salute se la persona non avverte uno stato di benessere. Certo, parlare di completo benessere è quantomeno ottimistico, è più realistico parlare di accettabile stato di benessere.

Ma allora perché, se addirittura l’OMS da una definizione chiara di salute medico e paziente a volte non si trovano d’accordo?

Il motivo è semplice e sta nel fatto che intendono la malattia in modo diverso.

 

Il paziente parla di ILLNESS, mentre il medico parla di DISEASE.

Illness: sensazione che il soggetto ha del proprio star male, una percezione personale che lo porta ad entrare in contatto con i suoi pensieri e sentimenti. Quindi parliamo di una visione soggettiva del sentirsi, mediata anche culturalmente.

Disease: la malattia fisica vera e propria che colpisce il malato e riguarda tutti i sintomi che il medico può constatare e che gli serve per fare la diagnosi ed occuparsi del reale stato di salute del soggetto. Si parla, quindi, di un punto di vista strettamente bio-medico.

Ma allora cos’è che non funziona? Come nella maggior parte dei disagi attuali tutto parte da una scarsa comunicazione.

Comunicare non è così immediato e scontato, ha delle regole che vanno rispettate e gestite per trasmettere adeguatamente il messaggio che vogliamo far arrivare all’altra persona.

Nel rapporto medico/paziente chiaramente la comunicazione non deve gestirla il paziente, ma il medico. Ci tengo a precisare che anche se parlo di medico intendo riferirmi a diverse figure socio-sanitarie perché il paziente si confronta con vari professionisti oltre al medico quando non sta bene: infermieri, assistenti sociali, personale paramedico, farmacista, fisioterapista … queste sono tutte figure che tendono a categorizzare la patologia. Questo avviene perché così gli viene insegnato e perché in questo modo è più semplice prendersi cura delle persone da un punto di vista biologico.

Ma le “categorie” senza entrare in relazione con la persona diventano sterili e portano a perdere tanto della ricchezza della comunicazione.

Fortunatamente non sempre è così e molti operatori sono in grado, istintivamente e/o in maniera appresa, di superare l’etichetta del disease e comprendere anche l’illness.

C’è una terza dimensione che rende ancor più complessa la visione della malattia, si tratta del SICKNESS: modo in cui il contesto sociale e culturale interpreta la malattia dell’individuo. Si tratta del punto di vista sociale, che implica di conseguenza certi diritti e certi obblighi derivanti dal riconoscimento sociale della patologia.

L’importanza di queste tre categorie è fondamentale in quanto è ormai chiaro che la persona è un’unità olistica e che la componente biologica, quella psicologica e quella sociale non possono essere scisse per una completa e adeguata lettura dell’individuo … in salute e malattia!

Nella migliore delle ipotesi quando una persona si ammala le tre dimensioni sono allineate, quindi si avrà una sensazione di malessere (illness), una categoria diagnostica certificata da un medico (disease) e un riconoscimento sociale come malato (sickness).

Ma non sempre è così.

Secondo la teoria di Hoffman (B. Hoffman, (2002) On the Triad Disease, Illness and Sicknesss in Journal of Medicine and Philosophy n.6 pp.651-673) ci si accorge che mescolando le tre dimensioni tra loro otteniamo sei combinazioni diverse, oltre a quella citata prima.

Riprendendo lo schema di A. Maturo, tali combinazioni sono:

1. Disease e Sickness senza Illness: patologia e riconoscimento sociali, ma asintomatica

2. Disease e Illness senza Sickness: patologia, sintomatologia, ma niente riconoscimento sociale

3. Illness e Sickness senza Disease: sintomatologia, riconoscimento sociale, ma la medicina non la riconsce

4. Disease senza Illness e senza Sickness: patologia senza sintomi e riconoscimento sociale

5. Illness senza Disease e senza Sickness: sintomi non riconosciuti né socialmente né dalla medicina

6. Sickness senza Disease e senza Illness: comportamenti ritenuti patologici dalla società, ma non riconosciuti come tali né dalla persona, né dalla medicina.

Possiamo divertirci a trovare per ogni categoria una patologia/malattia/disturbo …

Questa visione multimensionale della malattia spiega chiaramente la necessità di una “medicina narrativa” (il punto di riferimento di tale approccio è lo psichiatra e antropologo A. Kleinman) che tenga conto non solo del dato clinico ma anche di ciò che il paziente mette a disposizione come “esperto” della propria esperienza di malattia, dati che solo lui conosce fino in fondo.

Questo aiuterebbe molto a personalizzare il processo di cura, a ridurre i tempi di comprensione del reale disagio della persona, diminuirebbe il numero delle analisi da svolgere e farebbe sentire la persona/paziente meno estranea nel processo di cura.

Un’ultima cosa: quando non vi è chiaro cosa sta dicendo il vostro medico chiedete senza timore di ripetere in parole semplici … è un diritto del paziente capire ed un dovere del medico essere chiaro!

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