Insieme Contro l’Epatite

Articolo pubblicato su RealLife

Il 25 e 26 novembre si è tenuto a Milano il terzo Workshop “Insieme Contro l’Epatite” per fare il punto sullo stato dell’arte delle nuove cure per il trattamento dell’HCV.

I risultati e gli approfondimenti esposti dai relatori sono stati confortanti e lasciano ben sperare per il futuro.

L’intervento della dottoressa Montilla ha subito fatto il punto della situazione, sottolineando i punti principali per i quali la situazione in Italia è quella attuale.

L’Italia risulta essere lo Stato Europeo con la maggiore incidenza di casi di HCV. Forse questo ha portato le Istituzioni ad agire rapidamente nell’introdurre i nuovi farmaci e a pianificare un adeguato piano di accesso ad esse. Va anche sottolineato che la cura ancora è molto dispendiosa, anche per il fatto che non sono ammessi in Italia, per una questione di brevetti, i generici. Queste due precisazioni servono a spiegare il motivo per il quale sono stati inseriti dei criteri per l’accesso alla terapia che fossero il più possibile adeguati all’urgenza clinica e alla sostenibilità del SSN.

Questi criteri non sono pensati come limitazione, ma come possibilità di accesso programmato per tutti i pazienti a lungo termine, chiaramente dando la priorità ai soggetti con un grado di patologia più avanzato e che quindi necessitano di un accesso più immediato alla cura. Certamente non è un sistema perfetto, ma sicuramente è quello che ha permesso l’accesso al farmaco e alla cura ad oltre 61.000 pazienti ad oggi.

È annunciata una rivisitazione di tali criteri perché, anche se adeguati, non prevedono l’accesso ad alcune categorie di pazienti, ad esempio i co-infetti HIV/HCV.

Per questa categoria di persone si è visto, come sottolineato dalla dottoressa Pasulo nella sua relazione, non ci sono differenze di risposta al trattamento. Però l’importanza di immettere tale categoria all’interno dei criteri da rispettare per l’accesso alla terapia risiede nel fatto che, se è vero che la risposta al trattamento è buona anche per le persone coinfette, è altrettanto vero che la patologia epatica in queste persone, progredisce più velocemente, andando a scardinare i tempi attesi di progressione che fanno sì che tali criteri abbiano un senso.

Ma le comorbidità interessate sono diverse, non solo l’HIV. Si è visto che l’epatite C è correlata con diverse patologie, anche extra-epatiche. Vari studi hanno dimostrato che l’eradicazione dell’HCV ha portato con sé la riduzione dell’insulino resistenza, miglioramento della perfusione miocardica, remissione del linfoma splenico, miglioramento delle funzioni neurocognitive ed altri effetti positivi ancora. Come sottolinea, nella sua analisi dettagliata e puntuale il dottor Toniutto, con l’eradicazione del virus dell’epatite C si riducono tutte le cause di mortalità. Per trarre le conclusioni con le sue stesse parole: “HCV è direttamente responsabile di un gran numero di comorbidità extra-epatiche. La prevalenza di queste comorbidità è alta nei pazienti con infezione da HCV e spesso già oggetto di terapie mediche.

L’eradicazione dell’HCV è associata ad una riduzione dell’impatto clinico di molte patologie concomitanti e con un impatto positivo sulla sopravvivenza.

Questi dati supportano la necessità di utilizzare agenti antivirali diretti (DAA) esistenti in nel maggior numero possibile di pazienti HCV positivi, indipendentemente dal grado di fibrosi epatica” (Toniutto, 2016).

Questo si riallaccia a quanto sostenuto anche da altri professionisti che chiedono l’allargamento dei criteri per l’accesso alle terapie DAA.

Va sottolineato quanto sostenuto dalla dottoressa Montilla rispetto all’accesso alle terapie. Una volta affrontata l’urgenza trattando i casi più seri, in vista delle nuove trattative in corso per nuovi farmaci si prevede un abbassamento dei costi e la possibilità di trattare circa 40.000/45.000 casi l’anno.

Molto si è anche discusso della validità delle varie combinazioni di farmaci sui vari genotipi. I risultati ottenuti, mostrati dai vari relatori, suddivisi per genotipo e terapia somministrata, sono estremamente soddisfacenti, riportando un tasso di fallimento terapeutico molto basso. Parliamo di risultati che superano il 90% di esito positivo (con variazione di valori tra il 100% e l’80%). Va considerata però l’immissione scaglionata dei farmaci che ha permesso di perfezionare i trattamenti man mano e che quindi, nel breve periodo, può falsare la statistica ((Pasulo, 2016).

Significativa è l’analisi dei fallimenti terapeutici analizzata dalla dottoressa Ceccherini- Silbertein. Analizzando alcune variabili importanti (terapia sub-ottimale, aderenza o problemi legati al trattamento, situazioni di base del paziente, resistenze, errori nella genotipizzazione) si può concludere che è fondamentale conoscere il genotipo giusto (4% dei fallimenti analizzati si può far risalire ad un errore di genotipizzazione).

Inoltre, mutuando l’esperienza maturata con l’HIV, visto che le resistenze, la carica virale, le comorbidità, etc, portano a fallimenti terapeutici, perché non rendere il test per le resistenze uno standard di cura anche per l’HCV?

Importante anche tenere presenti le interazioni farmacologiche. E qui viene richiesta un’attenzione particolare non solo al medico durante l’anamnesi, ma anche al paziente. Quest’ultimo deve essere guidato a riportare con precisione qualsiasi sostanza assuma, anche sostanze erboristiche, al fine di evitare interazioni e subire conseguenze difficilmente gestibili dal medico se non adeguatamente informato.

Per sommi capi i punti salienti sono stati:

L’Italia è stato il Paese che meglio ha affrontato la distribuzione dei nuovi farmaci, rendendoli accessibili il più velocemente possibile.

I risultati ottenuti sono da considerarsi più che soddisfacenti, ma questo non significa non interrogarsi sui fallimenti terapeutici per superare altri scogli.

I criteri stabiliti sono stati quelli che meglio hanno risposto all’emergenza in corso nel nostro Paese. Sono comunque in fase di revisione per adeguarli sempre meglio alle esigenze dei pazienti senza dimenticare la sostenibilità per il SSN.

L’eradicazione dell’HCV permette il miglioramento di molte patologie correlate, riducendone l’incidenza, ma anche il tasso di mortalità.

L’aderenza alla terapia e una buona compliance sostengono la buona riuscita del trattamento.

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