La comunicazione medico-paziente

Articolo pubblicato su: Real Life

Di HIV/AIDS si parla sempre meno, sembra non faccia più paura, che non sia più una patologia sulla quale investire per la prevenzione.

Ma tutto questo ovviamente non corrisponde al vero, lo dimostra il fatto che le nuove diagnosi arrivano sempre più spesso poco prima della diagnosi di AIDS e che l’infezione coinvolge maggiormente la fascia più giovane della popolazione.

Questo, oltre ad essere allarmante perché ci fa capire chiaramente che stiamo fallendo con la prevenzione, influenza anche i medici che di tale patologia si occupano e chi sieropositivo lo è già.

L’universo HIV/AIDS nel corso della sua storia è cambiato molto. Siamo passati da una fase iniziale in cui l’emergenza portava ad occuparsi solo di dare una fine dignitosa a chi si contagiava, ad una in cui i farmaci hanno restituito la speranza di una vita adeguata per lunghezza e qualità.

Anche il rapporto medico paziente è mutato seguendo in linea di massima queste fasi.

Oggi, essendo un dato certo la cronicità a lungo termine della situazione, questo rapporto deve trovare un nuovo equilibrio. Il paziente, riuscendo a gestire la terapia farmacologica meglio che nel passato e avendo raggiunto una qualità di vita adeguata, affronta nuove problematiche: cresce, invecchia e riprende in mano la sua salute in generale.

Ed è qui che il rapporto si complica. Ogni persona esprime se stessa in ogni situazione e relazione e questo avviene anche e soprattutto nelle patologie croniche. Questo fa sì che la semplice relazione tra “assistito” e “sanitario” non basti più, che il semplice controllo delle analisi e la prescrizione farmacologica non soddisfi più tale rapporto e che il paziente possa perdere, non tanto la fiducia nel medico, ma l’alleanza stabilita.

Ecco perché, ad esempio, sempre più pazienti scelgono la medicina alternativa senza informare il proprio medico, di base o specialista che sia. Capita poi che tali sostanze non prescritte possano interagire con la terapia convenzionale, la cura non raggiunge i risultati sperati e il medico non si spiega perché. Qui la relazione raggiunge un cortocircuito per incomunicabilità con tutte le conseguenze del caso.

Ma a chi possiamo attribuire le responsabilità di tale frattura? Chiaramente il paziente non comunica un dato importante, ma probabilmente sente che non sarà preso sul serio. Si tratta chiaramente di generalizzazioni su grandi numeri, ma la mia posizione mi permette di osservare il rapporto medico paziente da dietro le quinte. La persona in cura sempre più spesso si sente “presa in carico” e non “curata” o “assistita”. Il vissuto psicologico alla base di questi due punti di vista è totalmente diverso. Ci si trasforma da persona fragile che vive una difficoltà, a “paziente”, totalmente spersonalizzato e la conseguenza è la deresponsabilizzazione che lo fa sentire “da curare” e non “in cura”.

Questa deresponsabilizzazione molto spesso è alla base della perdita di contatto tra medico e paziente; è il motivo per il quale decade la fiducia verso il sanitario che viene vissuto come distante e disinteressato. Chiaramente così non è ma la persona che vive il disagio ha bisogno anche, forse soprattutto, di ascolto proattivo ed empatico.

Quando questo non viene percepito la persona non si sente contenuta e quindi si pone in posizione difensiva nei confronti del medico e si chiude al confronto.

Questa analisi non vuole colpevolizzare il medico che si trova a fare i conti con un sistema sanitario che lo supporta sempre meno e che richiede sempre più impegno e con turni di lavoro pressanti e pazienti che sempre più si sentono “competenti”.

La comunicazione con questi presupposti non può che risultare compromessa e si trasforma in una comunicazione fredda e distaccata, nella quale diventa complesso e poco realistico ogni rapporto collaborativo.

Tutto questo però è evitabile migliorando il clima della comunicazione.

Chiaramente quest’ultima va gestita e modulata, volente o nolente, dal medico. Con pochi piccoli accorgimenti e attenzioni si può tranquillamente guidare il tono e l’atmosfera della relazione.

Superiamo subito il primo luogo comune dicendo che le tecniche comunicative possono essere apprese e gestite.

Certamente avere capacità innate agevola, ma conoscere la tecnica è fondamentale.

Secondo punto critico è dato dal pensiero che se si apre la comunicazione si rischia di diventare “amici” del paziente. Assolutamente no. Nessuno lo vuole, per primo il paziente. Ognuno ha e deve mantenere il suo ruolo, ma all’interno di un clima relazionale disteso e accogliente. Diventare amici tra paziente e terapeuta è un po’ come esserlo tra genitori e figli; si toglie alla persona in evoluzione la possibilità di appoggiarsi e a chi deve sostenere il dovere di essere autorevole. Deve essere un rapporto rispettoso ma non è mai paritario. Ciò non significa che il paziente non debba essere parte attiva nel processo di cura, ma non dobbiamo mai dimenticare che il sapere scientifico lo detiene il medico. Il paziente deve avere la massima fiducia nel suo dottore per potergli dire tutto quello che ha a che fare con la sua salute.

Detto ciò passiamo a qualche suggerimento. Per una buona comunicazione dobbiamo tenere presente che bisogna:

  • sapere: avere le nozioni specifiche e aggiornate per svolgere il proprio lavoro
  • saper fare: insieme delle capacità intellettuali, pratiche e tecniche necessarie per affrontare in maniera adeguata il paziente e guidarlo verso la soluzione del problema.
  • saper essere: capacità di “essere nella relazione”. È importante riconoscere il proprio mondo interiore, per far sì che possa distinguere ciò che è nostro da ciò che è dell’altro. Tutti gli atteggiamenti messi in atto con l’altro, dovranno essere agiti prima di tutto con se stessi: ascolto, empatia, accettazione e rispetto.

Questi tre aspetti del sapere rappresentano il know how necessario per riuscire a rendere al meglio, con il minimo sforzo, nel proprio lavoro, nelle relazioni e più in generale in ogni attività della vita.

Se ci soffermiamo un attimo sul saper essere, che molti pensano essere formato solo da capacità innate, vediamo che con pochi accorgimenti possiamo migliorare il nostro modo di “stare nella relazione”. Poche accortezze semplici da applicare come:

Autoconsapevolezza conoscere i propri schemi interni di riferimento, le proprie motivazioni ed i propri pregiudizi per distinguere ciò che è proprio da ciò che è dell’altro

Ascolto attivo leggere la comunicazione nei suoi tre aspetti primari: verbale, non verbale e paraverbale. Questi tre aspetti aiutano a comprendere il reale messaggio, restituiscono la nostra attenzione ed interesse e comunicano la nostra empatia.

Quanto detto porta a creare una “relazione calda” tra medico e paziente che aiuta a mantenere una buona aderenza alla terapia e alleanza terapeutica.

Lo sanno bene gli infermieri che sono il primo contatto con il paziente e quelli che raccolgono confidenze e sfoghi.

Forse sarebbe il caso di imparare un po’ di tecniche di comunicazione, non solo per osservare le reazioni dell’altro, ma anche per gestire la nostra comunicazione al meglio e per far sì che il peso della relazione si alleggerisca e sia più fluida e costruttiva.

La persona in cura si sentirà meno ignorata e più coinvolta nel processo terapeutico, riuscirà a condividere stati emotivi alterati, cercherà meno alternative in autonomia e magari si sentirà più autorizzata a chiedere di più al proprio medico e un po’ meno a doctor Google.

Il medico dal canto suo riuscirà a sentirsi coinvolto senza scivolare nell’eccessiva complicità e “amicalità”, ma ascoltando veramente quello che il paziente riporta, potrà avere meno fallimenti terapeutici, capendo anche meglio le difficoltà psicologiche del paziente, potendolo inviare per un supporto più mirato di modo che il lavoro sarà più fluido e scorrevole.

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