LA MEDIAZIONE ARCOBALENO

Anche se le unioni civili in Italia esistono legalmente solo dal 2016, le coppie omosessuali esistono praticamente da sempre, e in molti Paesi anche in maniera regolare. Per questo possiamo contare su una buona conoscenza del fenomeno e delle necessità che tali coppie hanno e portano in mediazione.

Trattandosi di popolazione peculiare e di un istituto non completamente equiparabile al matrimonio, la mediazione con tali famiglie si trova a dover essere affrontata con alcune specifiche.

Si può partire tranquillamente dicendo che le diatribe di base sono simili alle coppie eterosessuali, ciò a dimostrazione del fatto che fondamentalmente le dinamiche sono più o meno le stesse.

Quello che bisogna sapere quando si affronta una mediazione con coppie omoaffettive è che queste coppie hanno nel loro vissuto, oltre al normale passato più o meno doloroso che ognuno di noi porta nella relazione di coppia, anche un giudizio sociale, più o meno interiorizzato, che trova posto nella relazione.

Come detto più volte, una parte abbastanza rumorosa della società italiana ancora non vede di buon occhio tale unioni e ancora ritiene che l’omosessualità sia una malattia o una scelta o, peggio, un vizio.

Quando una persona cresce con una intera società che ti accusa di essere contro natura o vizioso, cominci ad interiorizzare tale idea e di conseguenza a sentirti sbagliato e fuori da ogni schema.

In questi casi si parla di omofobia interiorizzata. Con questo termine si intende un insieme di sentimenti negativi che la persona omosessuale in maniera inconsapevole prova verso l’omosessualità, propria o altrui che lo porta a vivere con difficoltà la propria situazione e le proprie attrazioni.

Tutto questo in una relazione sentimentale può avere un peso molto importante perché non permette alla coppia di esprimersi in maniera completa e libera. Ma tutto questo deve essere ben conosciuto anche dal mediatore, che senza conoscere appieno il mondo LGBT+ rischia di non essere centrato sul mondo interiore e tipico della cultura di riferimento della coppia.

Nel corso degli anni mi è capitato varie volte di seguire coppie omosessuali per vari motivi, richieste di consulenza di coppia, terapie individuali che poi hanno coinvolto l’altro partner o vere e proprie mediazioni per la chiusura di una relazione.

In linea generale le persone LGBT+ si avvicinano al professionista per un supporto con uno stato d’ansia perché temono sempre, anche se non in maniera esplicita, il giudizio o la difficoltà di essere capiti. Questo in virtù del fatto che capita spesso che non si tenga nella dovuta considerazione l’importanza della conoscenza specifica di alcune dinamiche tipiche, pensando che l’essere umano ha un suo funzionamento che va al di là delle peculiarità individuali e che i tecnicismi sono sempre gli stessi.

Sono entrambi veri i due assunti, ma va tenuto d’occhio anche il mondo di riferimento in cui i due aspetti succitati si esprimono perché molto spesso danno vita a dinamiche altrimenti non comprensibili o che si tende ad ignorare o a svalutare.

Questo porta molte persone omosessuali a scegliere solo professionisti del mondo LGBT+. Ma questo non sarebbe necessario se imparassimo a riconoscere, come professionisti, i nostri pregiudizi e i nostri preconcetti che ci creano barriere verso il cliente e non permette neppure di leggere in maniera scevra da stereotipi i dati scientifici che ci permettono di comprendere sempre meglio il mondo degli altri.

Per parlare dei motivi che portano le coppie omosessuali in mediazione conviene prima capire come si compongono, che sfide affrontano e che problemi affrontano le coppie omosessuali.

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