Quando arriva l’HIV …

Quando ci si trova a parlare di sieropositività si è subito concordi nel riconoscere l’importanza del supporto psicologico, ma immediatamente si tende ad accumunare tale patologia ad altre patologie croniche.

Come queste ultime l’HIV porta con sé un vissuto di ineluttabilità, un rapporto stretto con la medicalizzazione ed un’attenzione maggiore al proprio corpo e ad ogni sintomo.

Ma specifiche di tale stato sono alcuni vissuti complessi da gestire e metabolizzare: la vergogna e il senso di solitudine ed emarginazione che ancora viene vissuto come ineluttabile.

Nell’approcciare il supporto psicologico alla persona sieropositiva si cerca di schematizzare il percorso psicologico lungo uno schema abbastanza lineare:

  • Iniziale: shock/incredulità, negazione, rifiuto, isolamento e colpa, paura e rabbia, instabilità affettiva, autocommiserazione, perdita della stima di sé. In questa fase è importante che ci sia un forte sostegno sociale e sanitario per far sì che la reazione di negazione e rifiuto successive non portino ad un isolamentotroppo prolungato e che vada troppo oltre quel naturale passaggio verso l’adattamento alla nuova condizione.
  • Transizione: angoscia, confusione, disgregazione, bisogno di supporto affettivo e sociale. In questa fase sussistono paura e rabbia, subentra uno stato d’angoscia che rende impossibile proseguire e rimanere in tale stato. Ne consegue un periodo di confusione e disgregazione di tutte le credenze pregresse e si comincia a ricercare il supporto delle figure significative. Tutto questo consente alla persona di aprirsi ed uscire dallo stato di isolamento e autocommiserazione che non gli consente di elaborare il lutto per la perdita dello stato precedente e l’elaborazione di un nuovo stato di cose.
  • Accettazione/adattamento: accettazione dei limiti che l’HIV/AIDS impone, ritorno alla socializzazione come richiesta dell’accettazione dell’altro, riaffermazione del coraggio, rivalutazione dei valori della vita e degli affetti. La fase finale di tale adattamento è segnata dall’accettazione delle limitazioni che tale patologia comporta, dalla ricerca non più a senso unico dell’altro, dalla costruzione di relazioni non più guidate da un bisogno compensatorio ma di reale scambio. Tutto questo percorso porta a rileggere la propria situazione sotto una nuova luce e ritrovare i valori e gli affetti fondamentali della propria vita.

Chiaramente non è possibile disgiungere l’aspetto individuale da quello sociale: infatti in tale patologia la maggior parte del disagio è dovuto all’immagine che la società ha di tale patologia. Si può tranquillamente parlare di “virus sociale” perché vengono messi in discussione soprattutto i legami affettivi in quanto ritenuto ancora, dopo 25 anni, il morbo della colpa!

Altro grande problema da affrontare quando si tratta con una persona sieropositiva in ambito ospedaliero/associazionistico e non come paziente privato, è che ci si scontra ancora con un sistema basato sull’intervento d’emergenza, anche se ormai sarebbe tutto gestibile con più serenità. Questo atteggiamento d’urgenza lascia percepire al paziente un’ansia eccessiva, di “corsa al riparo” che non è funzionale né per il paziente, né, tantomeno, per i sanitari che scivolano facilmente in uno stato di burnout complesso da gestire. Le attuali conoscenze in ambito infettivologico permettono di recuperare anche le situazioni più gravi, quindi l’allarme percepito e comunicato dal personale sanitario deriva solo da un non adeguato aggiornamento e sostegno ricevuto. Ci sarebbe molto da dire e da fare con il personale sanitario che si occupa di persone sieropositive, ma sarebbe troppo lungo e fuori contesto.

Tagged with: , , ,
Posted in Senza categoria

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie in esso contenuti. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fonire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o clicchi su "Accetta" permetti al loro utilizzo.

Chiudi