QUANDO IL GENITORE FA L’AMICO

Sempre più spesso leggiamo notizie di genitori che non fanno fare i compiti ai propri figli o che si schierano contro il professore di turno che ha avuto la malaugurata idea di fare il suo lavoro.

Il genitore deve educare il figlio e non essergli amico.

Il figlio nel genitore deve trovare un punto fermo, un supporto autorevole al quale potersi rivolgere e appoggiare nei momenti di difficoltà e di crescita. È la prima figura che rappresenta l’autorità e che insegna ai giovani i limiti tra bene e male, tra giusto e sbagliato, tra lecito e illecito.

L’amico ha invece una funzione diversa e complementare, è un pari con cui condividere sogni, speranze, delusioni, progetti …

Probabilmente molti adulti confondono il dialogo con l’amicizia, ma questa confusione va a svalutare entrambi.

Forse usiamo ormai il termine amicizia con troppa facilità, senza distinguere più tra conoscente, compagno, collega, vicino di casa. Basta conoscere qualcuno e lo chiamiamo amico.

Ma così non è. L’amicizia è un legame profondo che si stabilisce tra persone che condividono interessi, valori, aspettative. È scevra da ogni giudizio e aperta al confronto. Nessun amico rimprovera l’altro ed entrambi hanno sempre qualcosa da insegnarsi reciprocamente.

Un genitore come può condividere tutto questo “da pari” con i propri figli?

Proviamo a chiederci a chi serve veramente questa “amicizia”. Al figlio che deve ancora imparare tanto su ruoli, limiti, direzioni o al genitore che non vuole sentirsi distante dal figlio e che teme forse di non essere visto “giovane”, di non riuscire più a piacere? Che senso ha togliere ai figli l’unicità educativa e affettiva del genitore?

Probabilmente dietro la figura del genitore-amico si nasconde una errata interpretazione del concetto di dialogo.

Il dialogo, la condivisione tra genitori e figli deve vertere certamente sulla fiducia ed il rispetto reciproci, ma deve sempre rimanere un dialogo nel quale il genitore ha la funzione di educatore, di colui che sa, che può e deve proteggere e che non chiede altrettanto al figlio. Figlio che, dal canto suo, deve essere libero di sperimentare e osare perché trova binari certi e paletti sicuri in quel genitore che dice tranquillamente un no, motivato, senza il timore di non piacere.

Essere genitore non è semplice, ma ancora più difficile è essere giovani.

Il genitore impara il suo ruolo giorno per giorno, e con ogni figlio deve usare modi e strategie diverse, perché ogni figlio è a sé. Dire no è più difficile, crea più conflitto e richiede più impegno, ma aiuta il ragazzo a capire limiti e regole della società in cui vive.

Bisogna tener presente che non basta avere un figlio per essere un buon genitore, non basta l’amore che si prova per educare al meglio, ma ci si deve mettere in discussione e confrontarsi quotidianamente con la frustrazione e le nuove sfide che i figli mettono in campo.

Questo si che mantiene giovani.

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