Specifiche della mediazione con coppie omoaffettive

La prima cosa che si può notare e va tenuto presente quando si lavora con una coppia omosessuale è la gestione e la divisione dei compiti. Tali coppie non sono stereotipate come le coppie eterosessuali, ma tendono a stabilire rapporti più paritari e basati realmente sulle abilità e capacità individuali.

Uno dei motivi peculiari che porta tensione e conflitto all’interno della coppia omosessuale è il giudizio sociale negativo nei confronti di tali unioni. Questo non in quanto forza esterna, ma come logoramento interiore che genere insicurezza e sfiducia nella propria relazione. Questo perché si sviluppa una forte omofobia interiorizzata che porta la persona a vivere le proprie scelte e i propri sentimenti come sbagliati. Chiaramente se notiamo una situazione del genere conviene consigliare alla persona un percorso di supporto psicologico, per il suo benessere e per migliore riuscita della mediazione.

Questo disagio ad esempio lo notiamo quando ci troviamo davanti a coppie in cui uno dei partner non vuole svelare la vera natura della coppia e il proprio orientamento sessuale per paura della discriminazione. Oppure quando sentiamo portare come disagio di uno dei due partner l’eccessiva “omosessualità” del partner, cioè gli viene chiesto di essere meno sé stesso e adeguarsi allo stereotipo del maschio etero, possiamo dare per scontato che si tratti di omofobia interiorizzata e ci troviamo davanti ad un ostacolo che in mediazione va tenuto ben presente.

Altro risvolto legato al disvalore che la società attribuisce a tali unione può portare la coppia a chiudersi in sé stessa e a non accettare di buon grado ciò che dalla società arriva di positivo. Il subire continui attacchi e giudizi porta alcune persone verso un’aggressività che mal si combina con la ricerca di una soluzione mediata, anche se apparentemente viene richiesta in sede di mediazione.

Eppure buona parte dei pregiudizi che investono le persone LGBT+ sono fondate solamente su false credenze e timori soprattutto di ordine religioso, ma che non trovano riscontro nella realtà.

Il primo pregiudizio è che le persone omosessuali siano dedite alla sessualità e non stabiliscono relazioni sentimentali.

È chiaramente un falso viste le relazioni omoaffettive pluridecennali, così come riportato dall’APA[1] in un’analisi del 2014, tra il 40% e il 60% degli uomini gay e tra il 45% e l’80% delle donne lesbiche sono impegnate in una relazione affettiva stabile. Inoltre c’è equivalenza nelle misure di soddisfazione, impegno e stabilità con le coppie eteroaffettive. Ciò dimostra che in maniera trasversale età e genere sono dei predittori migliori rispetto all’orientamento sessuale per ciò che concerne soddisfazione e impegno nella relazione di coppia.

Sarebbe auspicabile una ricerca italiana in questo senso perché, mentre la mediazione familiare ha iniziato a prendere in considerazione e ad approfondire le tematiche inerenti la multiculturalità e le coppie multietniche, per quanto concerne la comunità LGBT+ e le sue peculiarità non c’è attenzione, se non ad opera di associazioni di categoria come Rete Lenford e le associazioni specifiche come Famiglie Arcobaleno.

Bisogna conoscere e saper gestire equilibri diversi, aspettative peculiari, fragilità tipiche che tali coppie portano in mediazione. Una sessualità che va conosciuta perché può avere un ruolo significativo e centrale in alcune dinamiche di coppia, basti pensare allo spettro dell’AIDS che le coppie gay si possono trovare a dover gestire.

La difficoltà del coming out che non sempre avviene prima della nascita della coppia e non sempre avviene con serenità può diventare un problema molto serio all’interno di una coppia che si trova a vivere una situazione di attrito che deriva da implicazioni esterne e coinvolge anche altre persone (genitori e familiari di chi ancora non ha dichiarato il proprio orientamento sessuali).

Questo è molto forte soprattutto per quelle persone che prendono consapevolezza del proprio orientamento dopo aver avuto una relazione eterosessuale, magari con la nascita di figli. Ad un certo punto della propria esistenza capiscono la propria reale identità sessuale e la assecondano senza però avere il coraggio di parlarne con l’ex partner e creando tensioni all’interno della nuova unione.

Tutta questa complessità porta le persone LGBT+ a cercare un mediatore all’interno della propria comunità proprio per timore del pregiudizio. Ma questo gap può essere superato semplicemente formando i mediatori su tale realtà e sulla nuova legge.


[1] American Psychological Association

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